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Visione

Antonio Donghi, Donna al caffè

 

Uno sguardo lungo

Il patrimonio culturale è un ponte tra le generazioni: lo ereditiamo dal passato e grazie a esso costruiamo le nostre identità nel presente, proiettando i nostri valori nel futuro.

La realtà digitale è entrata in questo processo, dal momento che trasforma gli individui e ridisegna le comunità, dando continue nuove prospettive di senso al patrimonio culturale. In esse si costruiscono, e si esaltano, le relazioni tra le persone, il patrimonio e tutte le manifestazioni della cultura. Il Ministero della cultura ha il complesso compito di abilitare tutto ciò, semplificando, innovando, riformando il modo di rapportarsi con i cittadini e con tutti i portatori di interesse, affinché la tutela e la valorizzazione del patrimonio culturale siano qualcosa che fertilizzi la società e non un freno per la sua crescita.

La Digital Library, oltre ad essere un istituto creato per governare la digitalizzazione del patrimonio culturale, ha l’ambizioso obiettivo di diventare un progetto collettivo, per dare fondamenta a un’economia basata sulla conoscenza e per immaginare nuovi servizi capaci di intercettare i nuovi pubblici.

Verso un nuovo paesaggio culturale

La trasformazione digitale del patrimonio culturale si fonda sulle peculiarità del contesto culturale italiano:

  • identità: un patrimonio culturale diffuso e radicato nei contesti territoriali e nelle tradizioni locali;
  • capillarità: un forte presidio di istituzioni culturali diffuse sul territorio (monumenti, musei, archivi, biblioteche, istituti culturali);
  • conoscenza: una solida e antica tradizione catalografica;
  • riconoscibilità: un brand “Made in Italy”, riconosciuto a livello mondiale, basato sul paesaggio culturale e sulla creatività.

Le politiche sul digitale possono agire come collante tra queste diverse dimensioni, rafforzandole e integrandole, aprendo così a un nuovo paesaggio culturale che salda ai territori e alle loro tradizioni culturali le potenzialità date dalla rete e dalle tecnologie digitali di realizzare progetti collettivi attraverso le ibridazioni di discipline e punti di vista differenti.

La potenza generativa delle relazioni

L’ambiente digitale ha la sua essenza costitutiva nelle relazioni. Il cambiamento non risiede più nell’efficienza data dalla dematerializzazione dei processi (la “velocità” del digitale contro la “lentezza” del mondo analogico è un fatto ormai acquisito), quanto nella possibilità di generare e rigenerare connessioni tra informazioni, producendo strati sempre nuovi di significati: i beni culturali diventano così dei nodi di una rete di relazioni, un patrimonio cognitivo di tutti e per tutti. Questa potenzialità evidente – ma non ancora del tutto sviluppata – sta facendo emergere bisogni che prima erano sopiti dai limiti di spazio e tempo. Di fronte alle immagini che compaiono sugli schermi dei nostri device, ci si aspetta di avere a “portata di link” la bibliografia, i documenti d’archivio, la visita virtuale, il contenuto specialistico e la possibilità di condivisione e riuso.
Una quantità di azioni che corrispondono a bisogni di servizi da parte di un variegato mondo di individui a cui è fondamentale saper rispondere attraverso le competenze e le professionalità che operano nei diversi settori della cultura. Un intreccio di domanda e offerta, di utenti e istituzioni, di produzione e uso, che può essere schematicamente rappresentato attraverso tre ambiti:

  • il segmento “consolidato”: gli istituti che detengono il patrimonio culturale e producono dati e informazioni su di esso;
  • il segmento “operativo”: gli studiosi, i ricercatori e i diversi operatori che a vario titolo agiscono attorno al patrimonio culturale;
  • il segmento “aperto”: un universo dinamico e mutevole fatto di utenti generalisti, scolari, associazioni, turisti, industrie culturali e creative e operatori della filiera turistica.

Questo diversi soggetti, nelle loro reciproche interdipendenze, costituiscono l’ecosistema della cultura.

Un ecosistema basato sulle interdipendenze

L’innovazione tecnologica non produce di per sé valore se non è calata in un contesto di cambiamento. I principi su cui fondare un processo di innovazione digitale nella gestione del patrimonio culturale, qualunque siano le tecnologie messe in campo, vanno ricercati in quattro concetti chiave:

  • dagli oggetti alle relazioni: evolvere la visione tradizionale del patrimonio culturale basata sul primato delle “cose” verso un approccio focalizzato sulle “relazioni” tra oggetti, ma soprattutto tra oggetti culturali e individui (contesti patrimoniali);
  • dai database chiusi ai sistemi aperti: sviluppare sistemi gestionali che siano relazionabili, e quindi interoperabili, a prescindere dalle tipologie culturali dei beni, al fine di ampliare le potenzialità di ricostruzione dei contesti;
  • dai prodotti al design dei servizi: trasformare la valorizzazione del patrimonio da una logica basata sui “prodotti” a una indirizzata allo sviluppo di “servizi”;
  • dall’autosufficienza all’interdipendenza: accettare come un valore l’interdipendenza dell’ecosistema, tanto sul piano scientifico che su quello tecnologico-funzionale.

Questi criteri consentono di eliminare i lock-in di settore, creando una sinergia sia all’interno della galassia dei gestori e titolari dei beni culturali, sia nelle zone di confine popolate da coloro che chiedono di accedere e disporre del patrimonio di conoscenza. Nella riduzione delle frizioni, i vari settori diventano un vero e proprio ecosistema nel quale le identità emergono forti nell’interdipendenza tra le parti.

Il processo di cambiamento

Il termine digitalizzazione del patrimonio culturale viene comunemente usato con diversi significati. Il più diffuso e di maggior uso comune è quello che si riferisce alla conversione digitale, ossia alla trasformazione di un oggetto da analogico a digitale, potendo così archiviare, elaborare e condividere i dati tramite le tecnologie dell’informazione e della comunicazione. Digitalizzazione però può anche voler intendere l’utilizzo di tecnologie digitali per efficientare le proprie attività, migliorando così la relazione con gli utenti interni ed esterni. Per trasformazione digitale, invece, si intende un processo più ampio e profondo che coinvolge tutte le aree di un’istituzione culturale: ottimizzare le logiche di lavoro, ridisegnare le modalità di interazione interna ed esterna, sviluppare nuovi modelli di creazione del valore nell’ambito degli ecosistemi che vengono abilitati dalle piattaforme digitali.

L’emergenza sanitaria mondiale ha trasformato la pandemia in una opportunità per attuare questa progressiva trasformazione digitale delle amministrazioni che operano nel mondo della cultura. Per operare tale profondo cambiamento è necessario dotarsi di strategie che armonizzino la dimensione culturale con quella manageriale, determinando un cambiamento della visione, dei processi e dei sistemi operativi. La trasformazione digitale non è dunque un mero adempimento previsto dalla normativa, piuttosto necessita di una crescita continua della qualità dell’azione e del valore economico e sociale generato per e con i cittadini.

I progetti di digitalizzazione e di innovazione digitale, al pari di qualsiasi altro intervento sul patrimonio culturale, hanno necessità di una definita organizzazione interna che presidi tutte le fasi del processo. In primo luogo, bisogna lavorare sul capitale umano attraverso un processo formativo che dovrà occuparsi tanto della revisione dei profili esistenti e dei relativi sistemi di reclutamento, quanto della formazione di base per lo sviluppo delle competenze necessarie al processo di cambiamento e della formazione avanzata necessaria a creare il terreno fertile su cui l’innovazione possa radicarsi e generare valore. Troppo spesso infatti, per carenza di competenze interne – ma anche nella convinzione che le tecnologie siano qualcosa da affiancare e non integrare nella attività di gestione del patrimonio – viene a mancare quell’impianto organizzativo necessario a far sì che i prodotti che vengono sviluppati siano alla fine coerenti con gli obiettivi del committente e con le policy dell’amministrazione.

 

Immaginando uno scenario già post-digital, le tecnologie digitali non saranno un “sovrappiù” per stupire e intrattenere gli utenti, quanto piuttosto un fattore abilitante per un più ampio processo di trasformazione che porti le istituzioni culturali a saper creare nuovi servizi, per rispondere a nuovi bisogni.